I tre porcellini

 di Giusi Quarenghi e Chiara Carrer, 2012
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Giusi Quarenghi e Chiara Carrer scelgono un classico della letteratura fiabesca per parlare dell'oggi. È uno dei tratti della collana Fiabe quasi classiche attingere a esempi letterari di tradizione e trasformarli in esempi letterari di innovazione. [...] «C'era una volta un bel porcile, dove abitava una bella famiglia di porcelli. Papà porcello, mamma porcella, figli porcelli, tre. I tre porcellini. Così li avevano sempre chiamati tutti. Ma i tre porcellini erano in realtà due più uno, anzi una: due porcellini e una porcellina.» Quarenghi cambia sesso a uno dei tre famosi porcelli, mette una femmina tra due maschi e fa sì che su lei – sul suo modo di essere e di fare – l'attenzione si soffermi. Fa pensare il modo in cui scrittrice e illustratrice risolvono l'identità della porcellina. Per la parola “porcellina”, acquisire una “a” al posto di una “o”, è analogo a un atto di nascita. Avere, dare nomi, non è accessorio rispetto alla persona, tocca da vicino la questione del riconoscimento di se stessi e degli altri. [...] Le figure seguono un altro percorso, per affermare identità. Esse potenziano il riconoscimento dei due generi a partire da corpi rappresentati senza attributi particolari e con i medesimi colori, nudi. La nudità è interpretata da Carrer come una dimensione che unisce, unità di tempo. Il corpo nudo dei porcellini-bambini non è ancora corpo di donna e corpo di uomo, è corpo lasciato essere e lasciato crescere. La loro forza si sostanzia in questa formidabile disposizione al movimento e all'evoluzione, resa evidente dai successi cui partecipiamo, pagina dopo pagina. I genitori sono alle spalle, la vita è davanti, sembrano affermare i tre porcellini. Quello che risalta dai loro stili di vita è un prevalente disinteresse verso i problemi piccoli e una passione espressa in modo multiforme per quelli grandi: salvarsi, trovare un luogo sicuro dove riposare, scaldarsi, stare uniti, stare insieme. [...] La fiaba I tre porcellini di Giusi Quarenghi e Chiara Carrer, mentre racconta, prende posizione sulla società in cui viviamo e su alcune sue sfumature marca punti di vista netti (ruoli maschili e femminili, rapporto con l'ambiente naturale, famiglia, educazione eccetera). Tuttavia, la percezione comune è che si tratti di una storia da leggere per il gusto di leggere. Ci affezioniamo a certi libri, storie, personaggi a prescindere dalle interpretazioni che qualcuno darà. I tre porcellini raccontati da Quarenghi e illustrati da Carrer appartiene a questa famiglia di libri-compagni.

Da Due + una, di Giulia Mirandola, Catalogone, 2013.

P di papà

di I.M. Martins e B. Carvalho, 2011
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«Non è che noi ci occupiamo dei bambini perché li amiamo: al contrario, noi li amiamo perché ce ne occupiamo» scrive Alison Gopnik in Il bambino filosofo. In che modo? Il libro di Isabel Minhós Martins e Bernardo Carvalho, P di papà, sembra fatto apposta per rispondere a questa domanda [...]. Con la differenza che il «noi» della Gopnik è diverso dal «papà» di cui raccontano i due autori portoghesi. P di papà si sviluppa nella forma del dialogo tra un bambino, o una bambina, e il suo papà. La copertina è esemplare nel tracciare la direzione del legame amoroso tra genitore e figlio. È il papà che bacia il bambino sulla punta del naso ed è la persona grande che arrotonda questo momento con una carezza sulla testa della persona piccola. [...]
La paternità in arte non si è mai vista. Pittori celebri e mediocri si sono nei secoli cimentati nell'esecuzione di Maternità e il numero di Madonne con bambino, al mondo, è incalcolabile [...]. Lasciando da parte le questioni teologiche e i secoli passati, proviamo a soffermarci su quelle culturali e sul tempo presente. Ha ancora senso evitare visivamente la paternità? Come risarcire, in campo visivo, quei padri che pur sapendo eguagliare in grazia e dolcezza certe vergini belliniane o leonardesche, non hanno a disposizione un'iconografia di riferimento? [...] L'immagine della madre con in braccio il suo neonato marca un segno profondo nell'immaginario di molte società, la nostra compresa, con relativo bagaglio di stereotipi. A debita distanza da posizioni ideologiche, P di papà mostra che i “papà con bambino” non solo esistono, ma si offrono allo sguardo sempre in posizioni differenti, quando le madonne, da che le riconosciamo, presentano una gamma limitata di posture, di azioni e di attributi, seppure con numerose varianti. [...] Tra la storia dell'arte e quella dell'educazione, in casi come questi, il confine è tracciato appena. Secoli di latitanza visiva dei padri sembrano avere corrisposto a secoli di latitanza fattiva nel riconoscimento di un ruolo che non fosse semplicemente autoritario. Martins e Carvalho sanno essere scaduto il tempo dei papà assenti, dei papà solo lavoratori, dei papà padroni, ugualmente quello dell'egemonia femminile all'esperienza dell'accudimento, tanto più che fuori dall'Italia e in numero sempre crescente anche nel nostro paese, sono numerose le coppie omosessuali con figli. La tenerezza e l'affettuosità non sono privilegi femminili, non lo sono stati mai, né sono qualità collegabili in modo specifico all'identità sessuale di uno dei due genitori.

Da Alla lettera P, di Giulia Mirandola, Catalogone, 2011.

Poesie per aria

di Chiara Carminati, 2008
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Poesie per aria. Un titolo e una figura, non altro, e il libro di Chiara Carminati e Clementina Mingozzi, sta già raccontando moltissimo di sé. Che si tratta di una raccolta di poesie. Che il pubblico della poesia non è formato solo dagli adulti, ma anche dai bambini. Che la poesia va come i piedi di questa bambina, un po’ attaccati al suolo e un po’ sospesi, e scalzi, per sentire meglio. Che non si scrivono poesie solo per innamorati, perché la poesia è una voce, un canto, non un affare di cuore. [...]
Cos’è l’aria? Qualcosa che ha a che fare con il respiro. Luce Irigaray ha scritto che «soltanto la madre respira per il bambino. Dopo la nascita ciascuno(a) di noi, dovrebbe respirare per sé” e aggiunge che aria è un luogo «in cui respirare e contemplare ciò che ci unisce e ci divide, ciò che ci collega all’universo e rende possibile la nostra solitudine come i nostri scambi». Anna Maria Ortese sostiene che «La libertà è un respiro. Ma tutto il mondo respira, non solo l’uomo. Respirano le piante, gli animali. C’è ritmo (che è respiro) non solo per l’uomo. Le stagioni, il giorno, la notte sono il respiro. Le maree sono un respiro. Tutto respira, e tutto ha il diritto di respirare. Questo respiro è universale, è il rollio inavvertibile e misterioso della vita». Per Carminati e Mingozzi: «L’aria è fiato, soffio e brezza / sulle guance ti accarezza. / L’aria gonfia, svela, spinge / con le nuvole dipinge / fischia e schiocca tra le fronde / si riposa sulle onde. / L’aria è tutto e non è niente / c’è anche quando non si sente.» [...]
Le Poesie per aria bisogna averle viste, almeno una volta nella vita, per saperle scrivere e illustrare, e bisogna andarle a cercare, durante la lettura e successivamente, perché non restino pagina morta. La casa di queste poesie non è la confenzione del libro, bensì il mondo. Cercare poesie per aria è un gioco perfetto in estate, autunno, inverno e primavera, e consiste nel guardarsi intorno, dove si vuole: fuori dalla finestra, per terra, in mezzo al mare, sul limitare del bosco, ai bordi di una pozzanghera, nei pressi di una laguna, a ridosso di una ferrovia, in cima a un promontorio, vicino agli animali, sulla cresta di un’onda.

Da Faremo una poesia, di Giulia Mirandola, Catalogone, 2009.

Bacio a cinque

di Giulia Sagramola, 2011
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Giulia Sagramola è una giovane e versatile autrice italiana che divide il suo lavoro tra il fumetto e l’illustrazione. Con uno stile molto raffinato, che mostra un’impronta di scuola francese, Giulia ha pubblicato i suoi lavori per Einaudi, Coconino Press, Selfcomics, Tunué e Mondadori. Il suo blog a fumetti nel 2008 è diventato un libro, Milk and Mint. E ultimamente si è dedicata a un nuovo progetto, indirizzato all’editoria per l’infanzia, che vede finalmente la luce grazie all’interessamento di Topipittori. Il libro, Bacio a cinque inaugura una nuova collana dell’editore intitolata Gli anni in tasca [...]-
È la storia delicata e deliziosa di una bambina, Giulia, e dei suoi primi dieci anni di vita. Ricco di riferimenti autobiografici, il racconto rievoca il mondo dell’infanzia in modo talmente completo da essere una lettura adatta ai bambini e ai genitori, ma anche a chiunque voglia reimmergersi nell’immaginario unico e irripetibile dei primi anni di vita, come ha fatto la stessa Sagramola scrivendo e disegnando. Difficile non affezionarsi alla piccola Giulia, alle sue passioni e idiosincrasie, alla sua credulità e agli amici immaginari, ai suoi errori e alle sue manifestazioni emotive.

Giulia Sagramola si racconta in Bacio a cinque, da Comicsblog, 2011.

ABC Cercasi...

di Gwénola Carrère, 2008
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Un ABC è fatto per imparare a scrivere e a leggere. Dopo aver imparato a camminare e a parlare, ciascun bambino compie la sua terza rivoluzione imparando l’alfabeto. Ciò significa accedere a un nuovo mondo che si chiama lingua scritta. Esso è abitato da simboli grafici che servono a rappresentare le parole. In tutte le epoche, in tutti i continenti, scrittori si diventa così: si comincia da A e si arriva alla Z. ABC Cercasi… è un abbecedario e si rivolge a chi frequenta la scuola materna e i primi anni di scuola elementare. L’ABC di Gwenola Carrére unisce più linguaggi: uno è narrativo; l’altro è figurativo. L’idea di partenza, in un libro così, è che accanto alle parole, anche i segni, i colori, le forme, costituiscano una lingua. Il suo alfabeto e la sua grammatica si imparano guardando le figure. Non è un caso se in questo libro Carrére si occupa sia di parole sia di immagini e lavora in contemporanea su tre fronti: il testo, le illustrazioni e il progetto grafico. Nel mondo inventato dall’autrice vivono solo animali, che offrono, cercano, comprano, vendono, come si legge e si vede in copertina.  [...] Un annuncio, o inserzione, di giornale, infatti, ha la caratteristica di trasmettere molte informazioni in poco spazio. Non se ne legge mai uno soltanto, piuttosto “uno tira l’altro”, come qui. Per esempio: «Operaia della cartiera, sogna di diventare ballerina classica. Cerca scopritore di talenti. No perditempo. […] Mago delle due ruote cerca compagni di viaggio per realizzare il sogno della sua vita: attraversare l’America in moto […], eccetera. [...] ABC Cercasi… apre continue finestre sul mondo contemporaneo: è affollato di creature vive e indaffarate. Ciascuna doppia pagina è il ritratto di una persona, dei suoi piaceri, dei suoi fastidi, delle sue attitudini, dei suoi sogni. Fanny è un’operaia, Gaia una ballerina, Hassan un pilota, Nikita un rigattiere… Ciascuno, nella propria diversità, ha una storia da raccontare, in un girotondo senza fine: perché ognuno è in cerca di qualcosa che gli manca e che possiede qualcun altro che a sua volta sta cercando un’altra cosa ancora. Una perfetta metafora dell’alfabeto: perché ogni lettera per diventare parola ha bisogno di tutte le altre.

Da Da Alice a Zorro, di Giulia Mirandola, Catalogone, 2008.

Il regalo

di Daniel Nesquens e Valerio Vidali, 2009
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Si guarda il cielo come si guarda un film: al buio, seduti, con gli occhi puntati verso l’alto di uno schermo che finisce non si sa dove. Il cinema è a pagamento, il cielo, invece, è gratis. Il regalo è un libro che avrebbe trovato in Galileo Galilei e Neil Alden Armstrong bambini, dei fedeli estimatori. [...] In primo piano ci sono un adulto e un bambino a testa in su, che guardano in cielo. [...] C’è un regalo, al centro delle intenzioni narrative dei due autori, e il titolo non potrebbe essere più esplicito di così. Esso consiste in un oggetto (un telescopio), la cui identità viene svelata lentamente. In senso metaforico, però, fin dalla copertina è presente un “regalo” intangibile, più grande di quello che il protagonista ha deciso per il compleanno di suo padre. A questo dono possiamo aspirare tutti, non solo nel giorno della nostra nascita, indipendentemente dallo stato delle nostre finanze. Perché è gratuito, eterno ed è lì. È il cielo stellato. [...] Chiedete ai bambini se a volte, anche loro, lo pensano: chi ha inventato un simile spettacolo ha donato all’umanità qualcosa di immenso. Fino a che punto ne siamo coscienti? Ottenendo in cambio “che cosa?”, è un’altra bella domanda. Più di quattromila stelle visibili a occhio nudo tutte le notti, se lo desideriamo. Centomiliardi di galassie, senza contare il numero di quelle non osservabili, ma che pure secondo gli scienziati esistono. Tredicimiliardi di anni a fare luce sulle nostre teste. Centocinquantamilioni di chilometri da qui, se volessimo raggiungere la stella più vicina al nostro pianeta, cioè il Sole. [...] James Hillman, in un passo di uno dei suoi famosi saggi, Il codice dell’anima, osserva che «il verbo desueto to environ, da cui il sostantivo environment (“ambiente”), significa “circondare, includere, avviluppare”; letteralmente: “formare un cerchio attorno”». Quanto afferma lo studioso, può essere applicato per analogia alla dimensione avvolgente, “tonda”, del libro scritto da Daniel Nesquens e illustrato da Valerio Vidali. Le figure e il tono del testo, sembrano muoversi in direzione di un abbraccio caldo, protettivo, rassicurante, che potrebbe provenire sia dalla notte, sia dagli adulti, richiamati nel loro ruolo di accompagnatori, all’ora della nanna.

Da Cinema Cielo, di Giulia Mirandola, in Catalogone 2010.

Non si incontravano mai

di Mauro Mongarli e Claudia Carieri, 2009
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Il libro scritto da Mauro Mongarli e illustrato da Claudia Carieri è una storia di storie. Storie vere di bambini e genitori che provano a incontrarsi. Ci sono un papà e una figlia molto piccola. “Una volta”, “una mattina”, “un giorno”, “una sera”, si ritrovano punto e a capo: vicini e lontani, qui e altrove, grandi e piccoli. Non si incontravano mai è suddiviso in dodici episodi indipendenti. Ed è un progetto sperimentale. A brevi racconti scritti espressamente per i papà, associa, infatti, immagini per piccolissimi, da 0 a 6 anni: grandi, nitide, colorate, legate ai testi da nessi sottili e giocosi. Sono questi nessi che tengono insieme la lettura, facendo del libro un tempo da trascorrere insieme, grandi e bambini, ognuno curioso delle differenze dell’altro. Se i grandi conoscono l’alfabeto precluso ai bambini, i piccoli delle immagini conoscono e amano ogni centimetro di cui sono attenti lettori. Così ognuno potrà aiutare l’altro ad accedere alla propria storia: verbale o visiva dipende dall’età. In questo modo, grandi e piccoli vengono a trovarsi nella medesima condizione dei protagonisti di questi racconti, un papà e una bambina che, come vedremo poi, “non si incontravano mai”… affermazione contraddetta dai molteplici incontri che in effetti avvengono continuamente, dentro e fuori lo spazio narrativo: poiché quel che questo libro-esperimento vuol fare è invitare a quell’appagante, ma difficile gioco che consiste dall’entrare e uscire dalla realtà, dall’immaginazione e dai ruoli, per ritrovarsi in modo autentico. Gioco in cui i bambini sono espertissimi e di cui grandi hanno bisogno di rispolverare spirito e sostanza… Per questo Non si incontravano mai è un libro che può essere letto e usato in tutti i modi possibili: tanti quanti sono i suoi lettori.

Da Una storia bambina, di Giulia Mirandola, in Catalogone 2009.

Piccolo grande Uruguay

di Alicia Baladan, 2011
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Dopo la splendida fiaba latinoamericana Una storia Guaraní, sua opera di esordio nella narrativa per l’infanzia, l’italo-uruguayana Alicia Baladan torna a sorprenderci e ad incantarci con un piccolo libro autobiografico, prezioso e assai curato, in cui l’autrice racconta, con intensità e leggerezza, gli anni difficili ma anche spensierati della propria infanzia in Uruguay, durante la spietata dittatura dei militari. Sono gli anni che precedono la “fuga” della sua famiglia dal Paese sudamericano, e che costringeranno la giovanissima Alicia a riparare all’estero, dapprima in Brasile e, dopo aver concluso la scuola dell’obbligo, in Italia, all’età di undici anni (nel 1980). [...] Il libro ci racconta l’Uruguay degli anni ’70: sono gli anni della conquista dello spazio, ma anche della junta militar, delle contestazioni, dei dissidenti e dei desaparecidos. Un Paese sconvolto da un regime che semina il terrore con abusi e violenze di ogni tipo, porta l’economia, la società e la vita civile sull’orlo della catastrofe. Gli oppositori del regime sono in carcere e stessa sorte è toccata al padre di Alicia, accusato di sovversione e di atti contro il regime. [...] Alicia vive in prima persona la drammaticità di quegli anni plumbei, ma l’autrice-illustratrice ce lo racconta con una scrittura fresca, con la prosa leggera di una bambina che dopo l’arresto del padre va a vivere in una casa enorme. Alicia, nonostante tutto, è una bambina curiosa e vivace e sogna di diventare astronauta. [...] Nel romanzo colpisce soprattutto la presenza di frequenti rimandi e collegamenti in chiave psicologica tra le drammatiche e difficili vicende e le situazioni vissute in prima persona e i sogni e le fantasticherie di una giovanissima Alicia, il tutto filtrato dal ricordo, a volte deformante, ma anche capace di imprimersi con una forza straordinaria, delle storie ascoltate durante l’età dell’infanzia. Penso alle pagine, dotate di straordinaria forza narrativa, in cui si raccontano le vicende della bambola “Susanita” e dei “gatti caduti dal cielo”, del compagno di scuola “Aramiz”, costretto dalla dura vita a crescere più in fretta degli altri ragazzi, dell’astronauta Caruso Trusky, già citato, e ad altre ancora. Altrettanto piacevoli e intense, le pagine, colme di ricordi e particolari, che hanno per protagonisti i nonni materni e paterni, gli zii e gli amici di famiglia. È un sapiente affresco familiare quello ricostruito da Baladan, brulicante di persone e storie, capace di coinvolgere il lettore dalla prima all’ultima pagina, in una narrazione che è, al contempo, serrata e pacata, intima e collettiva.

Da Piccolo grande Uruguay, recensione di Lorenzo Luatti, per il sito El Ghibli.

Filastrocca delle mani

di Giovanni Paolucci e Maja Celija, 2008
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Di mano in mano, gli esseri umani raccontano, a gesti, storie di cui si sa molto o poco o nulla. Vicende infraordinarie, a contatto con il fare e con l’immaginare. Filastrocca delle mani è un libro fatto di gente. [...] L’affresco umano in copertina, è la coda di un treno di persone di tutti i tipi, tenute insieme dalle mani. [...] Si vedono bambini, uomini e donne anziane, persone di mezza età, fidanzati, professionisti, genitori, ragazzine, bulli, esibizionisti, e così via. Non è difficile riconoscerli: lettore e figure, infatti, fanno parte della stessa società. [...] Ora il racconto è individuale, ora è collettivo. Tutti rappresentano frammenti di storie, che, se ascoltate, possono alterare la percezione dello spazio e del tempo, sia narrativo sia di lettura. Su ciascuno si concentrano informazioni dettagliate, che si individuano al primo sguardo oppure dopo un certo tempo, a seconda delle dimensioni e della collocazione dei particolari. [...] Giovanni Paolucci e Maja Celija, prestano attenzione alle ragioni pratiche che muovono le mani, ma sono coscienti che, furtivamente, esse compiono gesti di tutt’altra natura. Dove il confine tra finalità e intenzionalità si offusca, c’è spazio per immaginare che tutti i giorni, sull’autobus o in casa propria accadano fenomeni le cui spiegazioni sono lontane o lontanissime dalla superficie. [...] Filastrocca delle mani è un susseguirsi di messaggi non verbali, che le mani trasmettono [...] La comprensione di questa lingua non è scontata. Spesso, nella quotidianità, gesti ritenuti ovvi si accompagnano a gesti enigmatici, che restano un mistero. Al pari delle immagini e delle parole, anche i gesti possiedono un alfabeto, una grammatica. Bruno Munari, introducendo il suo Supplemento al dizionario italiano (1958), parlava di «un numero incalcolabile di cose, di azioni, di sentimenti» che i gesti riescono a esprimere. Convinto che essi «possono rendere certi stati d’animo e certe sfumature psicologiche con maggior precisione e intensità di qualsiasi discorso parlato», tentò di raccoglierne il maggior numero possibile e li fotografò. Filastrocca delle mani ricorda al lettore l’esistenza di questa lingua e, sull’esempio di Munari, invita il lettore a costruire un proprio supplemento al dizionario.

Da Microstorie, di Giulia Mirandola, in Catalogone 2007.

Mai contare sui topi

di Silvana D'Angelo e Luigi Raffaelli, 2009
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Contare’, in certi dialetti, vuol dire ‘raccontare’. Mai contare sui topi si legge così: un adulto racconta e un bambino conta. In tutti i sensi. Mai contare sui topi è un libro per bambini della scuola materna che hanno appena imparato a contare o che stanno iniziando a farlo. Ma è anche adatto a chi è in prima o in seconda elementare e, invece che a contare, sta imparando a leggere. La lettura ad alta voce, da parte di un adulto, consente al lettore non alfabetizzato di concentrarsi pienamente sulla storia e può essere un’esperienza collettiva, non solo individuale.
Leggiamo una volta il testo da capo a fondo. Inizio e fine mostrano qualcosa di particolare. «C’erano una volta dieci topini.», si legge sulla prima pagina. «E questa è la storia.», si legge nell’ultima. Entrambe le frasi sono scritte con caratteri più grandi rispetto al resto del testo e in grassetto. In questo modo, è come se aprissero e chiudessero il sipario di un teatrino. In mezzo, c’è lo spettacolo. La prima regola da seguire nel leggere questo libro è dichiarata in copertina: Mai contare sui topi. Una frase ambivalente. Può essere interpretata come un avvertimento: “Dei topi, caro lettore, non ti fidare mai”. Oppure può essere considerata un divieto: “proibito contare”. In entrambi i casi l’avverbio “mai” è imperativo, perciò è scritto in rosso, sia in copertina sia sul frontespizio. [...] In più, l’avere stipulato a parole una regola ferrea, incita il lettore a sovvertirla. A contare e a leggere, in questo libro, si comincia con un atto di ribellione, anziché di obbedienza.
In Mai contare sui topi, si conta alla rovescia: si parte da dieci e si arriva a uno. Per fare cosa? Per fare una storia.



Da C’erano dieci topini e questa è la storia, di Giulia Mirandola, in Catalogone 2008.

Il viaggio di Adele e altre storie del bosco


di Perrine Ledan e Lotte Braüning, 2010
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Il viaggio di Adele e altre storie del bosco è un libro composto da quattro racconti che hanno per protagonisti gli animali. Appartengono alla famiglia dei mammiferi, degli uccelli, degli insetti, degli anfibi. Sono scoiattoli, talpe, merli, lombrichi, rospi, formiche, corvi, volpi, cervi, tassi, ricci, topi. I loro nidi crescono in alto, sugli alberi; le loro tane tra le radici, sotto terra; le loro stanze dentro i formicai. Si cibano di nocciole, insetti, germogli, conchiglie, mirtilli, lumache, ghiande, bacche. Hanno tutti una particolarità: della selvatichezza che è propria dell’ambiente in cui vivono, conservano alcuni tratti, mentre altri si mescolano ai costumi degli umani. [...] Il viaggio di Adele e altre storie del bosco è un libro sulle relazioni. Ce ne sorprendiamo, ma prima o poi accade: ascoltiamo con più attenzione i consigli di un amico, piuttosto che quelli di un parente stretto; ci affezioniamo all’improvviso a persone fino a un attimo prima sconosciute, e magari mai, fino in fondo, a chi vediamo tutti i giorni; fraternizziamo più velocemente con chi non ci assomiglia affatto, invece che con i nostri simili; troviamo, fuori dalle mura di casa, l’affetto e la collaborazione di famiglie elettive; scegliamo l’autonomia, al posto della dipendenza da babbo, mamma, fratelli, sorelle, nonni, zie. È così per Adele che, lontana dai genitori, scopre di avere un vero amico a pochi isolati dalla sua abitazione. È così per Lili Bacca di Rosa, che impara dal tasso Sam, e non dai genitori, il valore impagabile del silenzio e del niente. È così per Cornelius, riccio triste in preda a un attacco di nostalgia, che rischia di affogare nelle sue lacrime e viene tratto in salvo da una calorosa famiglia di topi.
Vivere in gruppo, prendere delle decisioni collettivamente, nel bosco, come nella vita di tutti i giorni, può essere difficile, ma è necessario ed è anche un’occasione per condividere esperienze e realizzare progetti che, altrimenti, tra sé e sé, non vedrebbero mai la luce. Proviamo a pensare al gruppo come a una società in piccolo. Pacifica. Non basta fare numero per essere un gruppo. Non basta ritrovarsi nello stesso luogo e, magari, parlare uno sopra l’altro. Il traffico dei pensieri e delle prospettive individuali, quando si è in molti, va regolato, servono adeguate disposizioni, un linguaggio comune, idee condivise, rispetto.
 
Da Ispirati dalle creature viventi, di Giulia Mirandola, in Catalogone 2010.

Una stella nel buio

di Lucia Tumiati, Joanna Concejo, 2012
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Il libro scritto da Lucia Tumiati e illustrato da Joanna Concejo si fa strada nelle infanzie di due bambini. Uno di loro è Gesù. Il terreno dell'infanzia è costitutivamente humus di complessità, ma quello di cui stiamo parlando lo è al quadrato. Fatta eccezione per il momento della sua nascita e per i primi mesi di vita, cristallizzati universalmente nelle icone della Natività e della Madonna con bambino, sulla vita di Gesù da bambino sappiamo poche confuse cose, c'è buio. Se giocasse e con chi, cosa facesse quando era ragazzino, se fosse triste, arrogante, gentile, irascibile, dolce, silenzioso, impaziente, distratto, lento, se avesse amici, se andasse d'accordo con i propri genitori e fratelli, se preferisse le vite degli altri alla propria o viceversa, non sappiamo. Una stella nel buio è quanto dice di essere: una piccola luce dentro la notte nera di molti misteri. [...] Concejo attraversa le biografie d'infanzia, giuntando carte come farebbe un montatore con i fotogrammi di una pellicola cinematografica. Sono fogli quasi sempre di piccolo, piccolissimo e medio formato, pezzi di taccuino strappati, veline lievemente stropicciate, resti di vecchie buste, lucidi con qualche buco, blocchi da disegno arrivati in fondo, pagine di quaderni di altri tempi, sacchetti dove forse hanno prima alloggiato libri, bottoni, matite, carte nocciola, gialline, verdine, azzurrine. [...] Una stella nel buio non è solo letteratura. Tumiati segue il parlato dei due bambini da molto vicino, sembra assistere ai loro dialoghi, trascrivere i loro pensieri come fosse anche lei bambina di Galilea, presente agli eventi narrati e testimone. «Io sto seduto qua da tanto, che le formiche mi sono salite cento volte su per le gambe. Sto seduto e aspetto che il sole giri, che lui passi e si fermi. Oggi ce l'ho fatta. “Che vuoi?” mi dice socchiudendo gli occhi per guardarmi attraverso il sole, che lo abbaglia. Mette il braccio sulla fronte, per farsi ombra. “Volevo parlarti”.». Esposti a silenzi più grandi di loro, che li distanziano, Gesù e l'amico di Gesù usano tra loro le parole, per avvicinarsi e toccarsi. Alle parole Tumiati affida un messaggio che fa breccia nelle esperienze degli adolescenti: con le parole entriamo in contatto, ci conosciamo, diventiamo amici, siamo qualcuno l'uno per l'altro. [...] Il tema maggiore di questo libro nero lo abbiamo appena nominato: è l'essere umano, tutti i suoi limiti, la sua forza interiore, la sua capacità di dubbio e di amore, la sua violenza e bontà, tutti dentro il corpo dell'infanzia che l'amico di Gesù ammette di poter solo abbracciare, «mentre le stelle brillano di luce più intensa, nella notte del mio cuore.»

Da La notte del cuore, di Giulia Mirandola, in Catalogone 2012

I pani d'oro della vecchina

di Annamaria Gozzi, Violeta Lopiz, 2012
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«In un paese abbracciato al corso del fiume, dentro una casa bislacca, abitava una vecchia. Si dava ogni giorno un gran daffare per cucinare tante golose pietanze, e poi, la sera, sedeva alla finestra e si cullava allo spettacolo della nebbia che, salendo lentamente dal fiume, inghiottiva ogni cosa. I giorni passavano, uno dietro l'altro, senza che la vecchina della casa bislacca se ne preoccupasse. Ormai era talmente vecchia da aver perso il conto dei suoi anni.» Siamo all'inizio della storia. In copertina e sui risguardi, la vecchina è comparsa due volte, mentre è intenta a raccogliere pagnotte rosse. Della stessa scena fa parte una figura scura, senza volto, ha gambe corte, piedi e mani piccole. Pare aiuti la vecchina nella raccolta dei pani. Forse si conoscono, forse stanno per conoscersi. Non pare che l'uno disturbi l'altra, nell'aria c'è concentrazione e
silenzio. [...] Quella della vecchina è una presenza ardente, come dimostrano le pagine successive. La sua casa nel bosco è il cuore della scena, ha in comune con la sua padrona il calore che emanano i corpi vivi. Siamo certi della presenza della vecchina dentro quelle mura, perché da esse procede la stessa energia proveniente dalla figura della donna, quando si mostra esteriormente. Questa corrispondenza tra corpo visibile e corpo invisibile, è particolarmente importante in una storia dove le dimensioni della comparsa e della sparizione sono determinanti. I Pani d'Oro della Vecchina racconta ai bambini la storia di una vita che continua in una morte. Potremmo affermare anche il contrario, cioè che I Pani d'Oro della Vecchina racconta ai bambini la storia di una morte che continua in una vita. [...] Cosa c'entra la bontà di un pane con la bontà d'animo? Scrive Simone Weil, in un breve saggio intitolato La persona e il sacro (Adelphi, 2012), che «Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l'esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano.» È questo che trattiene e sconcerta la morte tutte le volte che le si presenta l'opportunità di rapire la vecchina e poi non lo fa. Per le stesse ragioni, la morte narrata da Gozzi e Lopiz non è temuta, le si può parlare, la si può incontrare, si può con essa cercare il dialogo e ad essa accompagnarsi senza provare paura, pur sapendo che chi è vivo trapasserà. Della morte abbiamo talvolta una percezione parziale, primitiva, intrisa di negatività e di violenza. Escludiamo di poterci avvicinare a lei, comprendendola con dolcezza, come fa la vecchina e dubitiamo che l'infanzia possa entrare in questi discorsi senza subire traumi. I Pani d'Oro della Vecchina disarma l'esercito di tabù che cinge l'argomento “morte” nella società contemporanea e mette in moto modi di pensare e di guardare alla morte e alla vita che non credevamo possibili, prima di avere letto il libro. Tra arte di impastare e filosofia scopriamo esserci punti di contatto. «Il sapore dolce e speziato scompigliò la Morte, il pane sapeva tanto di Vita. […] “Squisita,” disse la Morte masticando. “Ma non mi farò incantare un'altra volta, ormai il tuo Pane l'ho mangiato. Non perderò altro tempo. Vieni con me. Adesso.” “Ma signora Morte, non è certo per il Pane Dolce che ho abbrustolito tutte queste mandorle. I bambini aspettano ogni anno che io le impasti in una dolce spuma bianca e le trasformi in tanti torroni. L'impasto morbido deve raffreddare e solo il giorno dopo diventa croccante. Il segreto è solo aspettare.” Non siamo tra le pagine di un ricettario, ma vorremmo vederli e assaggiarli per
davvero, una notte di Natale, i dolci di questa vecchina.

Da La storia dei cambiamenti, di Giulia Mirandola, in Catalogone 2013.

Il viaggio di una stella

di Giovanna Zoboli, Marina Del Cinque, 2012.
14,00 | Acquistalo su Topishop

A guardare la punta di un albero di Natale, non si direbbe. Non si direbbe che la stella posta in cima al tradizionale abete rechi con sé tracce di una storia millenaria. Né la si direbbe giunta da distanze incommensurabili o nata per volare, immobile com'è, quando il libro di Giovanna Zoboli e Marina Del Cinque narra che alle spalle di questo addobbo, c'è un viaggio lungo, magico, per la maggior parte del tempo aereo e senza mappa, indecifrabile finché la provenienza di tale decorazione rimane circoscritta all'ambito puramente commerciale, grandi magazzini, laboratori artigianali e negozi cinesi alla medesima stregua. Il viaggio di una stella festeggia il periodo natalizio rileggendo secondo un'ottica tutta celeste uno dei passi più celebrati dei Vangeli, quello della nascita di Gesù Bambino.

Accanto al titolo, un sottotitolo inquadra il clima onirico e spirituale dell'itinerario intrapreso. Il testo e le immagini, per scorrere, si appoggiano alla voce e alle visioni di un tipografo sconosciuto che il 24 dicembre compie un sogno: il Sogno del tipografo stanco la notte di Natale. [...] Stando al risultato cui giungono le due autrici – un oggetto in quattro colori, a più fogli uniti a fisarmonica, per una lunghezza corrispondente a svariate decine di centimetri, adatto a essere svolto, riavvolto, appeso, riposto nella custodia che lo contiene –, l'episodio religioso sa emanciparsi dall'iconografia canonica del presepe con Maria, Giuseppe, il bue, l'asinello, i pastori, i Re Magi. Per questi motivi, Il viaggio di una stella dovrebbe trovare automaticamente ospitalità tra i percorsi di lettura che hanno al centro il momento del Natale e incontrare estimatori tra gli appassionati di presepi popolari, viventi, meccanici. Sembra non esserci luogo più adatto della capanna di Betlemme per richiamare alle rispettive figure e ruoli laici i bambini e i genitori.
Il viaggio di una stella non cita visivamente figure umane ed evita accuratamente rappresentazioni realistiche. Gli adulti, più dei bambini, si chiederanno perché. Paesaggi, atmosfere, personaggi, sono creati attraverso l'alternanza dei colori bianco, rosso, nero, oro, e il principio compositivo del “tema con variazioni”. Le lettere alfabetiche hanno lo scopo di fondare geometrie maggiori: disegni. Sono montagne, giungle, angeli, cammelli e magi. [...]
Il viaggio di una stella dà corpo a un desiderio che noi umani accarezziamo fin dalla culla, quello di volare, e realizza, senza deludere, l'illusione che accompagnati da una storia-cometa ciò sia possibile. Zoboli e Del Cinque propongono a persone bambine e adulte un'esperienza di radicale innalzamento della soglia percettiva, a cominciare da un gioco elementare praticabile quando la lettura vede coinvolte almeno due persone: lasciamo che una di loro racconti a voce alta, mentre chi tace, ascolta a occhi chiusi il peregrinare della scia luminosa e delle intonazioni vocali. Noterete che Il viaggio di una stella possiede un'energia analoga a quella delle onde, perché trasporta.

Da Volo senza mappa, di Giulia Mirandola, Catalogone 2012.


Il Libro delle Torte

di Giovanna Zoboli e Francesca Ghermandi, 2007.
15,00 | Acquistalo su Topishop

Sei versi a lieto fine  
Una strega assai maleducata,
che cavalcava in groppa ad un ariete
per errore mangiò una cotognata
pensando fosse un flan di pipistrelli,
e da quel giorno - non ci crederete -
cominciò a far da mamma agli orfanelli.

Anche se il titolo potrebbe indurre in inganno, questo libro non è rivolto a chi è appassionato di fornelli e vuole sperimentare nuove gustose ricette. I pasticcini e i bignè, accompagnati da meringate e mousse, diventano qui inediti personaggi di un movimentato teatro gastronomico che mette in scena la commedia umana, con i suoi riti sociali, le sue meschinerie, le sue tragedie e la sua profonda comicità.

Questo divertente 'libro di cucina' canta in versi la vita quotidiana: una Coca Cola che s'innamora di una pizza al gorgonzola, una sfoglia con le mele che sogna di essere una nave pirata oppure, ancora, dieci salatini che sognano di evadere dal cesto di un picnic.
Filastrocche, ninna nanne, ballate dal ritmo e dall'ironia travolgente nel più folle e divertente libro di cucina in versi mai dato alle stampe!

Da VivoScuola. Il portale della scuola nel Trentino.

Alfabeto delle fiabe

di Bruno Tognolini, Antonella Abbatiello, 2012
14,00 | Acquistalo su Topishop

Bosco di fiaba, mondo diverso
Fammi trovare il bambino che ho perso
Valle lontana regno incantato
Cerco il bambino che ho abbandonato
rete di rovi, rami più verdi
Prima lo trovi ma poi lo riperdi
La fiaba è antica, la strada è nuova
tanta fatica ma è lui che ti trova
Dagli la mano, non perderlo più
Ora il bambino sei tu.


Come per incanto, in un'alchimia sapiente si sono fusi poesia sotto forma di filastrocca, potenza espressa in immagine, raffinato talento editoriale e progetto appassionato.
E il risultato che ne scaturito è questo bel libro nitido ed essenziale. Come nitide ed essenziali sono le fiabe. Nitide ed essenziali sono anche le rime di Bruno Tognolini, nitido ed essenziale è il taglio angoloso delle immagini di Antonella Abbatiello, nitida ed essenziale è la pagina, così come l'hanno pensata e costruita i Topipittori. Ma altrettanto nitido ed essenziale è l'intento che è sotteso a questo libro: un 'abbecedario' dell'immaginario di cui servirsi per costruire ulteriori immaginari di piccoli futuri lettori. Lettere per costruire parole, parole per costruire storie. Storie per costruire mondi. Il sentiero è aperto: leggere le lettere, leggere le filastrocche e le figure, leggere le fiabe, giocare con i simboli che le popolano.
[...] Noterella a margine: il libro che consta anche di un gioco da tavolo nascosto nella bandella di destra.

Da Leggervi, che piacere! di Carla Ghisalberti, in Lettura candita.

Casa Demòn

di Elena Soprano, 2010
10,00 | Acquistalo su Topishop

“Sull’albero mi sentivo di foglia, di fiore e di mela. A danza invece questa sensazione di totalità non c’era mai.”
Una storia delicata e dolcissima, quella raccontata da Elena Soprano, che mette in luce tutti i meccanismi di difesa utilizzati dai più piccoli nella scoperta del mondo e specie nella conoscenza dei grandi. L’occhio attento dell’autrice è tutto per il loro rimanere disorientati, cercando un posto, un ruolo, soprattutto per quel tentativo di essere diversi, di distinguersi anche solo per una marachella. La piccola protagonista, con tutta probabilità l’autrice bambina, si difende dai primi dolori, dalla scoperta di verità amare, anche grazie al rapporto con amici fraterni e fedeli, con i quali rifugiarsi dal resto del mondo. Parlano le storie ma soprattutto le descrizioni dei personaggi, veri ma anche resi “da favola” quel tanto che basta  per risultare affascinanti e nel contempo sempre credibili. Una narrazione fortemente legata alla prima persona, che segue lentamente lo sguardo della piccola protagonista nello scoprire le cose attorno a sé, senza fretta, lasciando che la migliore strategia narrativa sia l’elogio della normalità.

Da recensione di Francesca Zeroli, Mangialibri,  2010.

Una storia guaranì

di Alicia Baladan, 2010
16,00 | Acquistalo su Topishop

Dal cuore della foresta pluviale, come in un sogno, si leva un canto d’amore. Un viaggio iniziatico che fa luce sugli effetti della lentezza, della dolcezza e sui misteri profondi dell’anima umana. Complici un ragno e la sua tela. [...] Tra i petali di un fiore giace un corpo. Chi è costui o costei? Perché l’autrice sceglie di non dichiararne in modo esplicito l’identità sessuale? A cosa si deve un sonno tanto profondo? Perché ci sembra che, con ogni probabilità, stia sognando? [...] Centro del corpo e centro del fiore combaciano, il pistillo, che è l’organo femminile del fiore e il punto in cui nascono i boccioli, tocca il ventre della creatura come fosse una manina a cinque dita, calda. Il fisico è nudo come quello dei neonati appena usciti dal grembo materno, ma le proporzioni rimandano all’età dello sviluppo. Attraverso questi elementi, comprendiamo che l’immagine di copertina è un’immagine simbolica: richiama la pubertà e fa di Una storia Guaraní una storia di e per adolescenti (non solo per bambini), nonostante l’autrice non li chiami mai così e preferisca per loro gli appellativi “giovane”, “ragazzo”, “ragazza”. Ha scritto Françoise Dolto, una psicoanalista che ha dedicato la vita allo studio dei comportamenti dei bambini e degli adolescenti, che: «L’adolescenza è un movimento ricco di forza, di promesse e di vita: uno sbocciare. Questa forza è molto importante, è l’energia stessa di questa trasformazione. Come germogli che spuntano dalla terra, si ha bisogno di “uscire”. Forse per questo la parola uscire è così importante. Uscire è abbandonare il vecchio bozzolo ormai divenuto soffocante, è anche avere un legame d’amore.»
Dunque, forza, promesse, vita, sbocciare, trasformazione, germogli, uscire, bozzolo, amore.

Da Più lenti, più dolci, più in profondità, di Giulia Mirandola, Catalogone 2010.

Il magnifico lavativo

di Tuono Pettinato, 2010
16,00 | Acquistalo su Topishop


Tuono Pettinato è un autore che, con estrema intelligenza e uno stile raffinato che si rischia di non vedere nelle sue stilizzazioni, ha portato un rinnovamento nel settore del fumetto umoristico che vanta in Italia di una grande tradizione ma che rischiava ora di spegnersi. La sua arma migliore sta nella capacità di creare gag paradossali grazie ad un sapientissimo dosaggio ritmico di immagini e parole e alla costruzione di continui effetti di ribaltamento, di cortocircuito di senso, di un’ironia che non è mai violenta, ma arriva sempre con efficacia. Il lettore si trova nelle sue storie continuamente oscillante tra l’adesione al racconto e i personaggi ed uno sguardo esterno, sorridente. Questo meccanismo assume un valore particolare qui perché l’oggetto del racconto è l’autore stesso, anche se trasformato in personaggio fumettistico e con un nome che non coincide con quello sulla copertina.
Un gioco di “finzioni” (come il titolo del libro di Borges da cui l’autore ha tratto il suo pseudonimo) che introduce una questione di non poco conto: è possibile davvero ricordare l’infanzia? Si può tornare davvero a quei momenti? Essere bambini non è una condizione totalmente altra e irrecuperabile? Il distacco ironico è forse allora uno strumento indiretto per accostarsi almeno ad un universo che non si lascia avvicinare? Domande che l’autore lascia sospese, anche se fa capolino tra una vignetta e l’altra, qualche sentore di nostalgia malinconica, che potrebbe essere un indizio importante.



Dal Scelte di classe, un progetto di Tribù dei Lettori, catalogo a cura di Hamelin Associazione Culturale, 2011.



C'era una voce

di Alessandra Berardi e Alessandro Gottardo, 2012
20,00 | Acquistalo su Topishop

C'era una voce finisce dove di solito la vita di una persona comune comincia: quando nasciamo. Nonostante siano passate ere da quando furono al mondo le prime forme di vita, il mistero delle origini si ripropone: è una storia infinita.
Un fulmine, il cielo, la terra, una nuvola, il cosmo, un'atmosfera, la luna, una foresta, un mare, una montagna, la neve, un deserto, la calotta polare, piante, pianeti, rocce, bagliori, animali. C'è sempre, tra i lettori di libri con le figure, qualcuno che gioca a iniziare a leggere un albo dalle immagini, invece che dalle parole, e le verbalizza (su carta o a mente), come qui sopra. Sono occhi vicini al discorso visuale, intercettano la parte figurativa del linguaggio prima del resto. C'era una voce è un libro adatto a sperimentare questo approccio alla lettura per motivi connessi ad alcune caratteristiche specifiche delle immagini di Alessandro Gottardo. Visivamente partecipiamo a un viaggio tra doppie pagine che aprono su grandi panorami. Sono vedute ampie che immaginiamo poter continuare oltre il foglio. La percezione, in certi momenti, è di essere affacciati a immense finestre. In altri, a bordo di oggetti volanti, guardando giù. In altri ancora, su un belvedere a contemplare paesaggi. […] Il paesaggio, visto con gli occhi e il pensiero di Berardi e Gottardo, è una casa per l'uomo che verrà. […] Il poemetto di Alessandra Berardi ha in comune con le immagini un canto. Esso origina in una lontananza dall'oggi e dal qui. Il tempo è una categoria che oscilla dalla prima all'ultima pagina senza che sappiamo decidere, con esattezza, dove fissare dei prima, degli adesso, dei poi. La voce di cui narra C'era una voce produce, su chi ne è investito, l'effetto di una vertigine. Essa si diffonde metafisica e fisica, filosofica e storica, interiore e universale, tra esseri umani che a lei si appassionano, mentre racconta di quando venne al mondo il mondo. Questa è una delle voci possibili della poesia. Il libro di Berardi e Gottardo dentro il linguaggio della poesia formula domande e articola un lessico visionario.



Da La storia infinita, di Giulia Mirandola, Catalogone 2012.